Ho pensato molto a lungo se scrivere o meno questo racconto/riflessione. Molte volte ho iniziato e poi mi sono fermata perché tratto due argomenti davvero difficili: la pedofilia e il rapporto tra paziente e medico (psicologo).
Cominciamo dalla pedofila. In questi giorni in cui si parla moltissimo del caso Epstein mi sono venute in mente alcune riflessioni. Premesso che in Italia l’età del consenso (ossia l’età in cui una persona è considerata capace di dare il proprio consenso a compiere atti sessuali) è di 14 anni. A differenza che in altri paesi del mondo, dove l’età del consenso media è più alta (solitamente è pari a 16 anni) la legge italiana considera infatti adeguata l’età di 14 anni affinché un soggetto possa disporre liberamente e consapevolmente della propria sfera sessuale.
In alcuni casi l’età del consenso si “alza” a 16 anni, quando il colpevole sia l’ascendente (un parente in linea retta da cui una persona discende direttamente), il genitore anche adottivo oppure il convivente, il tutore o altra persona che per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia ha in affidamento il minore o abbia con quest’ultimo una relazione di convivenza.
In un caso invece l’età del consenso si “abbassa”. Ciò avviene ad esempio quando un soggetto minore di 18 anni fa sesso con una persona di 13 anni ma l’età tra i due non supera i 4 anni. Il primo deve quindi avere al massimo 17 anni. In tal caso non c’è alcun reato
Bene, premesso tutto questo tra i miei 13/14 anni e i miei 16 anni ho fatto sesso con uomini adulti diverse volte. Consenziente, assolutamente consenziente. Solo in un paio di casi potrei aver “indotto” il mio partner a commettere un reato e forse con un uomo adulto potrei averlo fatto prima di compiere 14 anni, ma c’era sempre il mio consenso.
Nel caso di Epstein mi sembra di capire che le ragazzine avessero intorno ai 16 anni solo che alcune di loro non erano consenzienti. Ammesso però che a 14/16 anni tu possa capire la differenza tra dare veramente il tuo consenso o darlo perché manipolata. A 14 anni (anche meno) dubito che sia un consenso vero. A quell’età hai gli ormoni impazziti. Se ti capita un uomo che sa come girarti gli fai fare quello che vuole.
Lui capisce che tu hai voglia, tu sei piccola e lui adulto e spregiudicato. Si masturba davanti a te consapevole che tu lo guardi. Poi un giorno ti mette la mano sulla testa e ti “accompagna” a prenderlo in bocca. Il suo orgasmo è potente, caldissimo, ti riempie la bocca. Il tuo orgasmo arriva subito dopo. Ti piace e lo rifai, ancora e ancora. Sempre meglio, impari subito a usare la lingua, poi sempre con l’ingoio totale. Avida ragazzina. Poi arriva la sodomia. Sgraziata, dolorosa. Ma tu lo vuoi dentro di te con tutta te stessa. Urli dal dolore ma non tiri indietro i fianchi, anzi, il colpo decisivo lo dai tu alzando il culo e facendolo entrare tutto, TUTTO. È grosso, è lungo, non scivola bene. Lui non ha grazia, quando spinge ti fa male ma sei così cocciuta. La sua sborrata dentro di te è quasi una liberazione. Tutto quello sperma caldo sembra quasi spandersi per le tue vene. Il suo cazzo adesso scivola che è una meraviglia e le sue pompate diventano quasi sciabolate. Ogni pompata una testata nel muro. Che orgasmo ho avuto. Lo ricordo ancora.
Ma le esperienze di questo tipo saltano tutta la catena di montaggio e immancabilmente lasciano il segno. E prima o poi tornano a galla, si fanno sentire, perché anche se la legge dice di no, se sei adulto e ti scopi una 14enne secondo me un problema di pedofilia va posto.
Oggi ho 21 anni e ripenso spesso a quegli anni, così spesso che ho deciso di andare da uno psicologo per capire esattamente chi ero e cosa sono oggi, capire perché sono così “affamata” di sesso, perché lo farei tutti i giorni più volte al giorno, capire perché mi piace così tanto fare la escort nel night club. Insomma, capire.
È stato un docente a indicarmi lo psicologo. Non proprio di qui, diciamo che per andarci ci vuole un’oretta in macchina, ma se è bravo mi va bene. Lo chiameremo dott. Lucio, 50enne robusto, non un adone ma intrigante.
Sin dalla prima seduta il dott. Lucio ha trattato la mia situazione come “ipersessualità” che non è solo un modo di dire ma è “un disturbo da comportamento sessuale compulsivo, una condizione caratterizzata da pensieri sessuali ossessivi e impulsi incontrollabili, che portano a comportamenti sessuali compulsivi nonostante le conseguenze negative. Si manifesta come una “dipendenza” dal sesso” ecc. ecc.
Con lui sono partita dalla mia prima volta fino ad arrivare al night club. Bravissimo, mi ha tirato fuori tutti i dettagli, ogni mia sensazione, ogni mia perversione (o quasi) l’ho discussa e analizzata con lui. Sei sedute ravvicinate durante le quali mi sono aperta in modo totale. Poi una mattina mi chiama e mi dice che non può più seguirmi. Gli chiedo il motivo di questa decisione e lui mi risponde che c’è stata da parte sua una “violazione dei confini professionali”. Non capisco cosa voglia dire, ma mi informerò. Mi manda il numero di telefono di una psicologa che lui definisce “bravissima” e chiude.
Al momento sono stata tentata di lasciar perdere. Non avevo voglia di ripartire da zero. Ma poi l’ho chiamata ed è ancora la mia psicologa. La chiameremo dott.ssa Anna.
Lei ha sostanzialmente confermato la diagnosi fatta dal dott. Lucio, ma con molte spiegazioni in più e qualche consiglio per l’autocontrollo. Ancora quando entro in “modalità ninfomane” non riesco proprio a controllarmi ma riesco ad evitare di far danni, cioè andare con uomini che poi mi fanno pentire (o vergognare) di averlo fatto.
È stata la dott.ssa Anna a spiegarmi con esattezza cosa volesse dire “violazione dei confini professionali”. In sostanza le mie confidenze lo avevano eccitato (è un uomo, nel senso fatto di carne) e prima di commettere qualche illecito ha preferito lasciare. La dott.ssa dice che è stato correttissimo a non approfittare della situazione. Anche perché forse avrebbe potuto, certe sue domande, certi approfondimenti, la richiesta di dettagli mi eccitavano e in diverse occasioni tornavo a casa con il bisogno di masturbarmi. Forse era meglio così.
Passa del tempo. Una grave perdita e altre vicissitudini mi tengono lontana dal club per diverso tempo. Nel frattempo proprio nel night club decidono di fare delle nuove politiche. La prima mi piace molto: portare il night a casa del cliente. In sostanza, sesso a domicilio. Si paga per tutta la notte e siamo a disposizione dalle 19 alle 5 (anche 6 o 7) di mattina. La seconda è un po’ più indigesta: due sere a settimana non si prendono clienti per tutta la notte ma si fa solo privé.
Non è il solito privé come lo intendono altri club, ci sono alcune stanze chiuse ai lati da un muro e davanti chiuse solo da una tenda dove si intrattengono i clienti che pagano per un’ora o per due ore (massimo). Ufficialmente non si dovrebbe andare oltre al petting spinto (massimo sesso orale) ma quelle sere si decide che si possa andare oltre. C’è il servizio d’ordine che in teoria dovrebbe impedire ai curiosi di guardare cosa succede dentro.
Il privé è un po’ il mio incubo. Sarà il karma ma è successo spesso che nel privé incontrassi gente che conoscevo, persino parenti (anche stretti). E per una che non vuole far sapere alla propria sfera di conoscenti o di parenti che fa la escort non è il massimo. Comunque prendo l’impegno di fare almeno una “sera privé” a settimana.
La domenica sera c’è sempre pochissima gente e non particolarmente “abbiente” e probabilmente l’idea di mettere la sera privé in quel giorno dipende proprio da quello. Fisso ogni domenica sera c’è un sardo che non è mai riuscito a fare sesso con me perché c’era sempre qualcuno che mi aveva “prenotata”. Quella sera invece era molto presto e mi vede andare al bar da sola. Avevo un camicione di cotone bianco, calze autoreggenti bianche e niente ai piedi. Si catapulta verso di me, mi prende per un braccio e mi chiede se sono libera. Gli dico di si. Sempre tenendomi per il braccio mi trascina quasi di forza verso il corridoio dove ci sono i privé. “Dove andiamo?” mi dice. “Nel primo libero” gli rispondo, poi ci ripenso e gli indico l’ultimo in fondo.
È enorme. Sarà 1,90 e oltre 100 Kg di peso. Entriamo nella stanza e mi butta letteralmente sul divano. “Fai piano che mi rompi” gli dico io scherzando. Si siede di fianco a me, mi passa un braccio dietro al collo e mi tira a se. Mi bacia molto appassionatamente. Lo tocco e sento il suo pene durissimo. “Facciamo uscire” gli dico io mentre cerco di slacciargli i pantaloni. Lui si alza e in men che non si dica si toglie pantaloni e mutande. Io sono seduta, lui si mette davanti a me con una erezione davvero importante. Ha un bel pene, fatto bene con la cappella a fungo. “Prendilo in bocca” mi ordina. Lo faccio. Lo lecco, gli giro la lingua intorno alla cappella, poi lo prendo in bocca, affondo, poi torno su e ricomincio da capo. Con la mano destra lo masturbo lentamente. “È proprio vero quello che dicono di te che sei una gran pompinara” mi dice mentre comincia a scoparmi in bocca. Sento il suo pene scattarmi in bocca. “Non ti fermare troia, voglio sborrarti in bocca” mi dice un attimo prima di riempirmi la bocca del suo sperma caldissimo. Lo sputo quasi tutto. “Girati che ti voglio inculare” mi dice senza tanti giri di parole. È passato appena un quarto d’ora da quando siamo entrati nel privé. Mi “inculerà” per una buona mezzoretta prima di togliersi il condom e venirmi di nuovo in bocca, con tanto di troia, bocchinara ecc. ecc. Io stranamente ho goduto una sola volta, forse perché mi sono ricordata un altro buon motivo per cui odio il privé.
Il mio camicione bianco (comodissimo) è sporco di sperma e vado di sopra a cambiarmi passando per una porticina che mi permette di non entrare nella sala. Ne indosso un altro rosso vivo, mi sciacquo la bocca con il collutorio e torno di sotto.
Non mi piace camminare in sala, è un po’ come mettersi in mostra con il cartellino del prezzo. È molto raro che sia libera e che quindi scenda in sala, ma quelle poche volte che succede vado dritta alla fine del bancone del bar. Mi siedo sullo sgabello e quasi subito sento una mano sulla spalla. Mi giro e davanti mi trovo nientemeno che il dott. Lucio. “Che ci fai qui?” gli chiedo stupita. “Cercavo te” mi risponde. “Ricordavo dove mi avevi detto che lavoravi e sono venuto tre/quattro volte per vederti, ma non c’eri” mi risponde. Prima di fargli altre domande noto un altro di quegli uomini a cui piacerebbe venire con me avvicinarsi a dove siamo noi. Lo prendo per il braccio e lo tiro a me. “Portami in uno dei privé, in fretta” gli dico. Dott. Lucio rimane un attimo sorpreso. “In fretta, poi ti spiego” gli ridico con tono più deciso. Troviamo libero il penultimo box e ci entriamo dentro. “Che ci fai qui?” gli ripeto con tono quasi seccato. Lui se ne accorge. “Voglio andare a puttane e mi hanno parlato bene di questo posto” mi risponde sarcastico. “Davvero, cosa fai qui?” gli ripeto con molta più calma. E lui calmissimo: “davvero, voglio andare a puttane, sono venuto perché ho voglia di scoparti. È una vera fissa. Se ti pago mi sento più a mio agio e per quello che mi hai detto non puoi rifiutarti”. Poi mi guarda: “Dio santo che figa che sei vestita così”.
Io sono molto imbarazzata. Per quanto abbia fatto qualche fantasticheria su dott. Lucio, di certo non me lo aspettavo qui. “Se mi chiamavi non ti avrei detto di no” gli dico. “Così mi piace di più” mi risponde lui, “voglio proprio sfogarmi, dirtene di tutti i colori liberamente, scoparti come ho immaginato mille volte di fare. Voglio essere libero di fare di te quello che voglio senza il rimorso di aver approfittato di te”. Mi tira a se e mi bacia. Contraccambio e gli succio la lingua. Mi tocca il sedere, accenna un ditalino, poi mi spinge sul divano e mi viene sopra. Mi tocca, mi masturba mente mi bacia. Ho un orgasmo quasi immediato. “Ah… ma allora è vero” mi dice quasi divertito. Lo tocco e sento la sua erezione. “Sto scoppiando” mi dice. Si abbassa pantaloni e boxer. Lo prendo in bocca. È bagnatissimo di precum. Adoro il precum, il suo sapore, la sua viscosità. E lui ne ha davvero tanto. Gli succio la cappella mentre con la mano lo masturbo. Era davvero al limite perché mi viene quasi subito in bocca. Tanto, tanto sperma. Un po’ ne ingoio, un po’ la lascio colare fuori dalla bocca. Lui mi tiene una mano sulla testa ma non mi forza a fare niente. Mentre viene accenna qualche pompata in bocca, ma non lo spinge a fondo. “Cazzo che pompino” mi dice mentre con le dita spinge fuori le ultime gocce di sperma che io lecco subito.
Il suo cazzo accenna appena a ritrarsi. Gli succhio la cappella e lo sento diventare di nuovo durissimo. Non dico niente. Non c’è bisogno. Lui sa tutto di me. Gli infilo un preservativo, mi metto in ginocchio sul divano appoggiando i gomiti sullo schienale e allargo le gambe. Una perfetta pecorina. Lui viene in piedi dietro di me, sputa sul buco e lo lubrifica aiutandosi con un dito, punto l’uccello e spinge. “Fai piano” gli dico. “Lo so, lo so” mi risponde lui. Me lo mette dentro molto lentamente, anzi, estremamente lentamente. Mi spazientisco e do un colpo indietro con il sedere. Lui capisce e con una sola spinta me lo mette dentro tutto. “Così va bene sgualdrinella?” mi dice mentre comincia a pompare con forza. “Sgualdrinella è nuovo nel mio vocabolario, meglio di troia” penso tra me e me. Vengo subito smentita da un bel “ti piace troia?” condito da spinte davvero violente. Ogni tanto da dietro mi tocca mentre rallenta le spinte. Sento un nuovo orgasmo montare. Vengo davvero a lungo senza riuscire a trattenere i gemiti di piacere. Lui si eccita ancora di più e adesso mi sta letteralmente montando. Con la coda dell’occhio vedo uno che sbircia da dietro la tenda. Non me ne importa niente. Mi sta veramente montando come piace a me, da maschio alfa. Mi accorgo che sta venendo. Mi da altre due spinte profonde e poi esce. “Girati” mi dice. Si sfila il preservativo e il suo sperma scende giù per l’uccello ancora duro. Non c’è bisogno di dire niente. Lecco il suo sperma ancora caldissimo e denso che cola giù fino ai testicoli. Lui sa cosa mi piace. Sa tutto di me.
Solo adesso mi accorgo che non si era nemmeno tolto i pantaloni ma li aveva solo abbassati. “Vuoi che ti faccia il bidet?” gli chiedo. “Vorrei, ma non posso permettermi più di un’ora. E credo che fuori ci sia gente che aspetta”, mi risponde indicando tre tipi che guardavano da dietro la tenda (alla faccia della vigilanza). Mi paga e se ne va, così, freddamente proprio come si fa con una puttana.
Sinceramente non so se sia deontologicamente corretto quello che ha fatto dott. Lucio. Non credo, ma dopo l’esperienza con lui ho imparato che anche con gli psicologhi qualche segreto bisogna tenerlo: questo blog, il mio account su X e poco altro che sconvolgerebbe anche lo psicologo più preparato.
